Bretagna, tra mare e leggende


Terra di miti e di leggende, landa dei Celti e dei culti dei Druidi e, più avanti nel tempo, delle leggende medievali dei Cavalieri della Tavola Rotonda, la Bretagna rappresenta la meta ideale dii viaggio per chi sia in cerca di emozioni e suggestioni che travalicano tranquillamente il confine tra reale e fantastico.

Tra mare e leggende, la Bretagna è una regione dalla forte identità culturale, nella quale sopravvive una antichissima lingua e nella quale sembra persistere un alone che sfida il passare del tempo, immergendo magicamente i visitatori in epoche ancestrali e scenari fiabeschi.

Armor, che in bretone significa “terra affacciata sul mare”, è il nome che designa l’area costiera della regione, e con il suo profilo roccioso arduo, selvaggio e scosceso, i suoi venti atlantici sferzanti e le onde impervie e tumultuose è estremamente differente dall’Argoat, ovvero la zona interna della regione, caratterizzata da boschi, prati e dolci colline.

Se nel fitto della foresta di Paimpont aleggiano gli spiriti di Merlino e Viviana, la costa rocciosa evoca i fasti della mitologica YS, inghiottita dai flutti per colpa della bella e lussuriosa figlia del re Gadlon.

Tutto lo scenario naturale della Bretagna porta con se l’antico folklore celtico celtico e il suo incontro/scontro con la cristianità, permettendo di vivere l’incantesimo del misticismo bretone, con i suoi caratteristici pellegrinaggi verso luoghi reputati magici o verso le residenze di personaggi reputati depositari di poteri spiritici e spirituali di origine ultraterrena.

L’austerità del grigio della pietra segna l’ideale continuità tra le contorte forme naturali delle coste e le opere d’ingegno umano, come i megaliti di Carnac e Locmariaquer, presenti spesso anche nelle spassose opere fumettistiche che hanno come protagonisti Asterix ed Obelix.

Lussemburgo, piccolo stato grande magia

Il Lussemburgo, questo affascinante sconosciuto, ottima meta turistica per chi preferisca evitare le mete più solite e sia alla ricerca di fascino ed emozioni sussurrate.

Parliamo di uno dei più piccoli stati d’Europa, che ha una superficie vasta quanto, più o meno, quella della provincia di Chieti, ed una popolazione totale che supera di poco il mezzo milione di abitanti, essendo quindi pari a meno della metà di quella di Napoli.

Morfologicamente, si possono distinguere due regioni principali: a nord l’Oestling, una propaggine montuosa del massiccio delle Ardenne, che ha un aspetto tipico di altipiano, percorso da affascinanti vallate, e dal centro verso sud il Gutland, una area più bassa e dalle formazioni montuose più dolci.

Dal punto di vista geografico il suo territorio ha la forma di una specie di triangolo isoscele, sito nel mezzo dell’Europa, che confina ad ovest con il Belgio, ad est con la Germania e a sud con la Francia.

Questa caratteristica “triangolazione geografica” si riflette direttamente sull’orizzonte culturale di questo staterello: è da sempre punto d’incontro tra le culture dei tre paesi con cui confina, e oggi adotta quali ufficiali ben tre lingue: il lussemburghese, il francese, e il tedesco.

Nonostante le dimensioni ridotte, il Lussemburgo nasconde diverse attrazioni turistiche, come i vigneti della Mosella, per chi è attratto dagli scenari naturali e dai richiami enogastronomici, alle case feudali del Medioevo, per chi ama viaggiare seguendo le tracce di storia, arte e cultura.

Notevoli sono le casematte del Bock e della Petrusse; si tratta di una straordinaria rete di 17 km di tunnel sotterranei e più di 40 000 metri quadrati di rifugi anti bombardamenti che, durante le due guerre mondiali, sono serviti come rifugio per proteggere fino a 35 000 persone in caso di raid aerei o bombardamenti e che, dal1994, sono state iscritte dall’UNESCO nella lista del Patrimonio mondiale.

Da visitare è di certo Mullerthal, caratterizzata da numerose colline formate da rocce di arenaria dalle forme sorprendenti e immersa tra foreste incontaminate.

La città di Lussemburgo, ovvero la capitale, è l’unica città ad essere stata designata per ben due volte capitale europea della cultura, nel 1995 e nel 2007.
Tra i suoi numerosi musei d’arte va ricordato il Mudam, progettato dal cinese Ieoh Ming Pei, famoso per aver creato il Louvre di Parigi.

Sul territorio lussemburghese inoltre sono presenti 109 castelli medievali, la cui stragrande maggioranza è di proprietà dello Stato ed è visitabile, offrendo esperienze di rara suggestione fiabesca.

Il più celebre è il castello di Vianden, situato in un piccolo affascinante villaggio nelle Ardenne lussemburghesi, dove si può godere dello straordinario paesaggio dell’intera area sedendo comodamente, e con qualche brivido di vertigine, sulla sua famosa seggiovia

Verso metà agosto inoltre, nel cuore della capitale lussemburghese, prende forma uno dei più grandi Luna Park “temoranei” d’Europa, la Schueberfouer, con una durata di 3 settimane.

Estremadura in Portogallo, natura e Templari


Una regione sicuramente fuori dai flussi turistici più consueti e trendy, ma in grado di regalare emozioni e suggestioni di grande impatto: questa può essere una buona sintesi introduttiva per l’Estremadura, area del Portogallo, da non confondersi con una omonima comunità autonoma situata nella parte sud-occidentale della Spagna.

Oltre ad una relativa vicinanza, l’unico punto in comune tra queste due entità con lo stesso nome è, per l’appunto, l’etimologia del nome: storicamente entrambe hanno rappresentato, durante due diverse varie fasi della riconquista dei propri territori natii, da parte dei popoli indigeni nei confronti degli Arabi, la propaggine più estrema delle aree di cui doversi riappropriare.

Nel caso della Estremadura portoghese, oggetto di questo articolo, l’area oggi comprende la parte occidentale del distretto di Lisbona, quella meridionale del distretto di Leiria e quella settentrionale del distretto di Setúbal.

Affacciata ad ovest all’Oceano Atlantico, si estende su un territorio prevalentemente pianeggiante, interrotto da modesti rilievi calcarei a nord della foce del Tago.

La costa presenta due grandi insenature, l’estuario del Tago e la baia di Setúbal, e diverse sporgenze come il Capo Carvoeiro, il Capo da Roca ed il Capo Espichel.

Il clima di tutta l’area, sia nella zona costiera che in quella interna, risente dell’influenza atlantica, che se da un lato mitiga le temperature, rendendo rare le gelate e poco rigide le temperature minime, dall’altro è caratterizzata da abbondanti precipitazioni, forti venti e brusche escursioni termiche, anche nel corso della stessa regione o addirittura della stessa giornata.

Ipotizzando un itinerario che attraversi l’intera regione, di una lunghezza che supera di poco i 300 kilometri, ci si può immergere in un microcosmo di grande suggestione e varietà, che presenta un ingente patrimonio artistico ed un contesto naturale incontaminato e splendido, tra una fertile campagna, magnifiche pinete e litorali affascinanti, con scogliere e spiagge che si susseguono creando armoniosi contrasti.

Allo stesso modo, lungo il proprio percorso di attraversamento della Estremadura si incontrano le vestigia di monaci e sovrani che, nel corso dei secoli, hanno edificato un numero decisamente cospicuo di monasteri e palazzi di buona rilevanza storica ed architettonica: dal monastero di Baltha, capolavoro di arte gotica, alla indescrivibile magia del convento-fortezza di Tomar, antica sede dei mitici Templari, fino alla residenza reale di Sintra, con i suoi splendidi accenti estetici moreschi.

Normandia, una regione fatta di fascino

Ottima candidata all’onorevole ruolo di “regione più affascinante d’Europa”, la Normandia si affaccia sul canale della Manica con le sue coste frastagliate, che si estendono per oltre 600 kilometri e che sono caratterizzate dall’alternanza di estesi tratti di spiaggia ed altrettanto estese falesie, alte ed imponenti.

Benchè la letteratura ed il giornalismo di stampo britannico siano stati decisamente più abili, rispetto ai corrispettivi francesi, nel descrivere il fascino delle coste che si trovano dal lato opposto a quelle della Normandia, permettendo alle “bianche scogliere di Dover” di imprimersi nell’immaginario collettivo, c’è da dire che, tanto dal punto di vista morfologico quanto da quello del”estetica e dell’atmosfera di assoluta suggestione questo versante della Manica offre uno scenario perfettamente speculare ed altrettanto magniloquente, rappresentando uno di quei luoghi in grado di restare “tatuati” indelebilmente nell’animo di chi li abbia visitati.

Cote d’Albatre, ovvero “La costa d’alabastro” è il nome che colloquialmente viene dato dai residenti a questa area costiera della Normandia, con l’altipiano calcareo del Pais de Caux che, gettandosi in mare con spettacolari cascate di roccia scoscese e vertiginose, crea uno dei panorami mozzafiato che contraddistinguono l’intera regione, mentre proseguendo le proprie escursioni verso ovest la costa si addolcisce, diventando più bassa, in corrispondenza dell’estuario della Senna, e distendendosi verso le più raffinate ed eleganti spiagge della zona, ovvero le rinomate località di Honfleur, Deauville e Cauburg.

Nel suo interno, la Normandia è una regione caratterizzata da una vegetazione rigogliosissima e molto estesa: ricca di forste, pascoli immacolati e di aree coltivate che conservano la antica struttura “a bocage”, ovvero una suddivisione in piccoli appezzamenti di terreno divisi da siepi, muretti a secco o filari alberi, che nell’insieme donano la fascinazione di attraversare lande fuori dal tempo ed estranee al caos moderno.

La Senna caratterizza massicciamente tutto il territorio, raccogliendo nel suo letto una moltitudine di fiumi più piccoli che hanno contribuito, nei millenni, alla fertilità agricola dei terreni.

Il clima di tutta l’area si definisce, tecnicamente, oceanico-temperato, ovvero un clima relativamente mite, caratterizzato da abbondanti precipitazioni, venti spesso molto forti e, soprattutto, da una proverbiale mutevolezza, spesso anche nell’arco della stessa giornata.

Gli “impulsi turistici” che possono attirare verso questa splendida regione sono davvero molteplici: gli spettacolari dati paesaggistici, in grado di ispirare massicciamente l’intera corrente pittorica dell’impressionismo francese, sono affiancati da numerosi stimoli storici e culturali, che vanno dal poter risalire ai luoghi dove Cesare e i Galli si diedero battaglia al ripercorrere le tappe principali della “guerra dei 100 anni” e dell’epopea di Giovanna d’Arco, fino allo scoprire i luoghi di ispirazione di scrittori come Flaubert, Proust e Maupassant o di un “grande” della musica contemporanea più poetica come Eric Satie.

Balaton, il mare d’Ungheria…

Il Balaton rappresenta una delle mete balneari più singolari di tutta l’Europa: si trova nell’Ungheria occidentale e, benchè sia chiamato anche “mare magiaro”, nei fatti è il più grande lago dell’Europa centrale.

La sua lunghezza massima raggiunge i settantanove kilometri, mentre la sua larghezza massima sfiora i tredici kilometri, raggiungendo in toto una superficie di 594 km quadrati.

Lungo il suo sviluppo, approssimativamente verso la metà, viene attraversato dalla Penisola di Tihany, che ne restringe la larghezza fino a meno di un km e mezzo.

Si tratta di un lago che, a dispetto delle ingenti dimensioni, ha una profondità relativamente molto bassa, che in media non raggiunge il metro e mezzo e che nei punti più profondi non raggiunge i tredici metri, e questo fa si che in estate la temperatura dell’acqua sia eccezionalmente alta per un lago, sfiorando spesso i 30 gradi.

La riva meridionale del lago è pianeggiante, mentre quella settentrionale è lambita dalle propaggini dei monti Bakony e dai vigneti del Badacsony, creando uno scenario naturale globale di incredibile suggestione che, assieme alle spiagge e le fonti termali dei dintorni rappresenta il principale attrattore turistico della zona, mentre nell’economia delle popolazioni indigene grande importanza hanno anche la viticoltura e la pesca.

Il territorio del Balaton rappresenta inoltre uno straordinario ecosistema naturale, ospitando molte specie rare e protette di piante e animali.

Tra le piante, si fanno notare numerose specie termofile che possono essere coltivate nei giardini dei pendii esposti a sud della costa settentrionale, come mandorli, fichi e melograni, mentre è molto significativa la varietà di uccelli: circa 250 specie, di cui 27 assolutamente protette, come la cicogna nera, il cormorano, il gufo comune, il picchio nero, la spatola e diversi aironi, così come tra gli insetti, va rilevata la varietà di farfalle, con circa 800 specie.

Per la ricchezza di piante e animali rari e per la presenza di formazioni geologiche particolari è stato istituito nel 1997 il Parco nazionale del Balaton (Balaton-Felvidéki Nemzeti Park), che copre circa 560 km² lungo la costa settentrionale, dalla penisola Tihany fino al Kis-Balaton.

Dal punto di vista paesaggistico il Balaton è molto vario, si incontrano ad esempio ancora i Geyser, che provengono dal tempo del vulcanismo.

Una particolarità, conosciuta anche fuori dei confini dell’Ungheria, sono i “mari di pietra” del Bacino di Kál (Káli-medence).

Inoltre vi sono resti pietrificati del “mare della Pannonia” nel Parco Nazionale, che comprende i monti Keszthely, in cui si possono trovare specie rare di piante. Il territorio paludoso del “piccolo Balaton” (Kis-Balaton) si distingue per le sue riserve naturali di uccelli e bufali.

Infine, una nota meno scientifica ma di immenso fascino: questa area, nei secoli, ha ispirato molte leggende, alcune delle quali ancora vive nei costumi e nelle tradizioni locali, come quella che narra di una principessa che viveva nel piccolo paese di Tihany, sopra alle acque del lago Balaton.

Ella amava solo le sue capre dal manto dorato e aveva un cuore duro e freddo: quando rifiutò di sposare il figlio del Re del lago, questo la punì gettandola nelle sue acque.
Le capre vennero disperse e l’infelice fanciulla fu obbligata a rispondere a tutti coloro che di là passavano.
Per sempre…

Skopelos…mamma mia che isola!

Le motivazioni che indirizzano le mete di viaggio sono davvero innumerevoli. Alcune sono ovvie e scontate, molte risentono di mode, che possono avere durate decennali o essere brevi quanto una sola stagione, parecchie sono tradizionali ma ne esistono anche di originali.

Rientra sicuramente nell’ultimo gruppo citato la “scelta di destinazione di viaggio” indirizzata dal desiderio di seguire le orme di un film celebre, ovvero viaggiare alla scoperta di luoghi dei quali ci si è innamorati perchè è lì che è stato ambientato un film dal quale ci si è sentiti particolarmente “toccati”.

Negli ultimi anni, un luogo che dal punto di vista turistico ha incredibilmente beneficiato del “supporto mediatico”di una pellicola di grande successo è sicuramente Skopelos, piccola isola greca dell’arcipelago delle Sporadi.

Skopelos infatti è l’isola fatata della Grecia dove, sotto il “nome fittizio” di Kalokairi, è ambientato “Mamma mia!”, film del 2008 scritto da Catherine Johnson, diretto da Phyllida Lloyd e interpretato, tra gli altri, da Meryl Streep, Amanda Seyfried, Pierce Brosnan e Colin Firth.

La portata del successo internazionale di questa pellicola è stata davvero impressionante, quanto costante negli anni: come dato, basta citare che questo film è diventato in Gran Bretagna il più venduto DVD di tutti i tempi, con più di 5 milioni di copie al suo attivo.

Ad una fortuna vasta nelle sale e sul piccolo schermo domestico, va aggiunto che “Mamma mia!” non è null’altro che la versione cinematografica di uno dei musical teatrali più famosi ed amati della storia recente, che nei suoi circa 20 anni di storia ha totalizzato, in giro per il mondo, qualcosa come più di 20 milioni di spettatori.

Alla base di questo successo, innanzitutto due elementi: il primo è suggerito sin dal titolo, ed è il fatto che tutte le musiche e l’atmosfera di questa opera siano ispirate alla musica degli Abba, band svedese attiva tra gli anni ’70 e ’80 che, nel campo del pop mondiale, ha rappresentato un punto di riferimento assoluto e collezionato milioni di fan.

Il secondo elemento è la sua trama, indubbiamente accattivante e di grande presa emotiva: la ventenne Sophie, che è in procinto di sposarsi con l’amato Sky, vive sulla piccola isola di Kalokairi, in Grecia, dove assieme alla madre Donna gestisce un hotel chiamato Villa Donna. Sophie sente che nella vita le è sempre mancato qualcosa, dato che non ha conosciuto l’identità del padre; trova quindi un vecchio diario della madre, in cui viene raccontata la gioventù di Donna, che nel periodo precedente alla sua nascita frequentava tre uomini diversi. Credendo che uno dei tre possa essere suo padre, all’insaputa della madre, spedisce gli inviti di matrimonio ai tre uomini.

Questa trama è una versione, riveduta e corretta, di quella di “Buonasera, signora Campbell”, un film del 1968 diretto da Melvin Frank, con protagonista Gina Lollobrigida, che per la sua interpretazione si è aggiudicò un meritato David di Donatello.

Se al teatro il ruolo svolto dal contesto in cui è ambientata la storia è decisamente marginale, e lascia al genio e all’ingegno degli scenografi l’incombenza di creare la giusta magia ed atmosfera, è stato quando “Mamma mia!” è arrivato nelle sale cinematografiche che il mondo si è improvvisamente accorto della bellezza di Skopelos, difficilmente paragonabile ad altri luoghi della Grecia e di tutta l’Europa.

Alla base di tutto. il suo mix unico di natura selvaggia ed incontaminata, che ricopre oltre il 90% della superficie dell’isola, e della tipica architettura delle aree costiere greche, con un dedalo di vicoli ammantati di fascino che si inerpicano dalla costa sin sulle ripide colline a ridosso delle spiagge, tra scalini interminabili e piccole abitazioni rigorosamente bianche, che creano una atmosfera di fascino ed incanto fuori, davvero, dal tempo.

Pill’ ‘e Mata, gioiello archeologico nascosto


Una delle aree archeologiche più misteriose e nascoste di tutto il patrimonio italiano, è sicuramente quella di Pill’ ‘e Mata: trovarla è impresa alquanto ardua, nascosta come è nel bel mezzo di una area industriale, tra fabbriche, stabilimenti e capannoni, nella periferia della città di Quartucciu, a poca distanza da Cagliari.

Furono roprio io lavori di adeguamento stradale nell’area industriale a far emergere la presenza di un’antica area cimiteriale, e a provocarne una parziale distruzione, mal’indagine archeologica, partita nel 2000, ha permesso di portare alla luce una necropoli con più di 250 sepolture risultate intatte, che hanno perciò potuto restituire numerosi reperti integri che sono stati datati dal V secolo a.C. al V secolo d.C.

La presenza di così tante sepolture ha permesso così di intuire l’esistenza di un importante insediamento, finora sconosciuto, di quella popolazione che utilizzò la necropoli per circa un millennio, coprendo un arco temporale decisamente ampio, che va dall’età punica a quella tardo romana.

Le sepolture sono identificabili in tipologie principali: “a fossa” scavata a forma rettangolare, e “alla capuccina” dove degli embrici formano un tettuccio sopra il defunto, in uso in epoca romana

Fra i numerosissimi oggetti rinvenuti nelle sepolture, in rilevante quantità la ceramica di produzione africana, la “sigillata chiara”, di varia tipologia, come coppe e lucerne, ma anche monili, effetti personali, oggetti in vetro, e ceramiche locali.

La presenza di monete nelle sepolture ha poi permesso una datazione certa di molti altri reperti e di buona parte delle sepolture, cherisalgono alle epoche degli imperatori Costantino, Teodosio, Massimiano, Costanzo Cloro e Diocleziano.

Il museo è ospitato in una struttura in stile architettonico contemporaneo, opera del celebre architetto David Parlterer, che olrta ad un splendido “guscio esterno”; in muratura rossa, colore simbolicamente funerario in epoca romana, ha progettato e fatto realizzare ampie passerelle che permettono di ammirare dall’alto le sepolture, offrendo anche ad un pubblico numeroso la possibilità di osservare esattamente ciò che gli archeologi hanno portato alla luce.

Cork, gioiellino irlandese


Cork, piccolo microcosmo urbano, seconda città per dimensioni ed abitanti dell’Irlanda, nasce attorno al VII secolo, come insediamento attorno ad un monastero, crescendo e sviluppando la propria storia e la propria vita attorno ad un fiume, il Lee, la cui prossimità le ha donato anche il nome: Cork deriva infatti da Corcaigh, ovvero “piccola palude”, nell’antico gaelico.

Non è quindi un caso che il luogo simbolo della citatdina sia il St.Patrick Bridge, un ponte sul fiume, che conduce alla zona più animata e ricca di storia, caratterizzata dalla chiesa neogotica dei Santi Pietro e Paolo, dalla St Mary Cathedral e dalla Chiesa di Sant’Anna, con il suo spettacolare campanile, che gli irlandesi spesso definiscono “Il macinino da pepe”, per la sua forma caratteristica, sormontato da una banderuola raffigurante un salmone, santificato secondo le usanze locali.

Nelle vicinanze, la piazza dell’antico mercato del burro, con l’edificio neoclassico che un tempo era adibito a questo tipo di contrattazioni commerciali, e che oggi è invece una delle mete turistiche più tipiche, caratterizzato da botteghe di artigianato locale.

Dall’altra parte del ponte di San Patrizio, invece, si trova la parte della città antica che ruota attorno alla St Finnebar Cathedral, caratterizzata da una architettura georgiana, ovvero una riproposizione tardiva del gotico, tipica delll’ottocento, che si incastona alla perfezione con le preesistenze, che sono invece tutte di genuina epoca medievale.

Poco fuori la città, infine, un altro luogo che è da secoli meta turistica imperdibile per chi ama visitare luoghi ammantati di leggenda: il Barney Castle, fortezza quattrocentesca nella quale risiedeva la inflente famiglia dei Mc Carthy: la leggenda vuole che, sui merli del suo torrione vi sia una pietra che, se baciata, è in grado di donare a chi vi abbia posato le labbra sopra uno straordinario dono di eloquenza, ovvero la stessa capacità oratoria con cui il signor Dermon McCarthy era in grado di aggirare, puntualmente, le richieste di pagamento di tasse e tributi avanzate dalla regina in persona, secoli e secoli fa.

Grasse, la capitale dei profumi

Celebre in tutto il mondo come “capitale dei profumi”, Grasse rappresenta un vero e proprio gioiello della splendida Costa Azzurra, posizionata tra il Mediterraneo e le Alpi del Sud della Francia, circondata da splendidi campi di gelsomini e lavanda.

Oggi Grass è famosa grazie al suo Musée International de la Parfumerie, tappa imprescindibile per gli amanti delle fragranze d’eccellenza, e la possibilità di visitare tre maison storiche: Molinard, Galimard e Fragonard, autentica Mecca per i “turisti olfattivi”, ma la nascita della sua leggendaria industria del profumo fu in realtà quasi casuale.

Nel Medioevo infatti, la principale attività cittadina, tutt’altro che profumata, era quella della concia del cuoio, e secoli di esperienza in questa attività avevano dato ai conciatori di Grasse
una grande reputazione.

La presenza di numerosi corsi d’acqua e di piante aromatiche, aveva fatto si che molti conciatori si fossero specializzati nella produzione di oggetti in cuoio più raffinati , tra cui i più celebri erano diventati, in quell’epoca, i guanti profumati, articoli questi particolarmente graditi all’aristocrazia francese.

A partire dal diciottesimo secolo, con le tasse sul cuoio in aumento e la concorrenza sempre più spietata di altre città, come Nizza, i produttori abbandonarono del tutto l’industria della conceria per concentrarsi esclusivamente su quella del profumo.

Lo sviluppo del turismo sulle località costiere contribuì notevolmente allo sviluppo fiorente di questa nuova industria, e le fragranze rare di Grasse, come la lavanda, il mirto, il gelsomino, i fiori d’arancio selvatico, le fecero guadagnare il titolo di cui si fregia ancora oggi.

Baker Street a Londra, una strada mitica: parte 2

Ed eccoci alla seconda puntata di questa rubrica dedicata ad una delle strade più celebri del pianeta: Baker Street, a Londra.

Quando, alla fine del diciannovesimo secolo, il signor Arthur Conan Doyle, medico dalla personalità poliedrica ed abilissimo scrittore, iniziò a scrivere una serie di racconti incentrati attorno alla figura di un investigatore privato, dalla mente tanto bizzarra quanto geniale, non avrebbe mai potuto immaginare molte, ma davvero molte cose.

Non poteva di certo sapere che stava iniziando un percorso che l’avrebbe portato ad essere uno degli scrittori più famosi del pianeta, reputato irraggiungibile maestro ed imprescindibile fonte di ispirazione per ogni autori di gialli nel corso dei secoli, che per questo sarebbe stato insignito del titolo di Baronetto, massima onorificenza civile britannica, che avrebbe creato un personaggio la cui grandezza l’avrebbe addirittura travolto.

Ma una delle cose più curiose che Doyle non avrebbe mai potuto immaginare era che, avendo deciso di ambientare in una Londra quanto più reale e realistica possibile le avventure del suo personaggio, e avendo quindi deciso di dare alla sua residenza un indirizzo preciso, non sarebbe bastato “Inventare” un numero civico inesistente all’epoca, il 221b: l’espansione urbanistica della metropoli londinese, quasi un secolo dopo, avrebbe portato all’edificazione di un “vero” edificio, proprio in quell’indirizzo preciso.

Ovviamente, avendo iniziato a scrivere i racconti incentrati attorno alla figura di Holmes semplicemente per dilettarsi con un registro ed uno stile letterario differente rispetto al proprio passato, non poteva sapere che stava creando un personaggio così mitico, celebre e assolutamente amato che, proprio mentre lui, l’autore, moriva, una società immobiliare aveva appena finito di edificare proprio quel palazzo, il 221b di Baker Street, che iniziò immediatamente ad essere destinataria di migliaia di lettere da parte dei fan del detective, talmente innamorati dalla sua figura da cercare un impossibile “contatto” con lui, proprio come i bimbi di tutto il mondo fanno con Babbo Natale.

Ecco come, qualche decennio dopo, sarebbe nata una delle mete turistiche più curiose ma amabili di tutta Londra, il “museo di Sherlock Holmes”, situato pochi numeri civici più in là del 221b, per motivi estetici e di proprietà immobiliare, ma in grado di perpetrare, vivissima, la memoria del leggendario investigatore.

l museo comprende tra le altre cose molti oggetti che secondo i curatori sarebbero serviti a Sherlock Holmes per la risoluzione di alcuni casi.

Al primo piano c’è lo studio di Holmes, che affaccia su Baker Street, dove l’investigatore insieme al suo amico dottor Watson rifletteva sul caso del momento ed enunciava le sue famose deduzioni. La stanza è arredata esattamente come è rappresentata nei numerosi film, con le poltrone di faccia al caminetto e molti degli oggetti personali dell’investigatore, quali la lente di ingrandimento, la pipa, il violino, le attrezzature chimiche, il quaderno degli appunti, ecc. fino al bastone da passeggio.[1]

Al secondo piano sono collocate la camera della signora Hudson, sul fronte, e la camera del dottor Watson, sul retro. Anche queste stanze contengono effetti personali, tra cui il diario del dottor Watson con alcune note manoscritte ed estratti del romanzo Il mastino dei Baskerville (The Hound of the Baskervilles).

Nelle stanze del terzo piano sono state allestite delle scene tratte dai romanzi con modelli in cera. Tra le scene è degna di nota quella di Holmes e del professor Moriarty, posti vicini nella stessa stanza.

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